Critica

Due ipotesi su medioevo e razionalismo


Più di vent’anni fa Diane Ghirardo, un’acuta e autorevole studiosa dell’architettura del Novecento, ha formulato un’intrigante ipotesi sulla Casa del Fascio: progettando l’edificio Giuseppe Terragni avrebbe rivisitato la tipologia del palazzo comunale di origine medievale. La grande parete d’angolo andrebbe quindi considerata una schematica torre, mentre il vuoto generato dal rientro del portico farebbe pensare alla loggia di un municipio del XIII secolo. Questa congettura interpretativa, stranamente ancora poco nota, conferma che il titolo scelto da Adriano Caverzasio per la sua mostra non è solo suggestivo, ma anche fondato. Peraltro, accostando Medioevo e Razionalismo Caverzasio non voleva inoltrarsi nell’esegesi architettonica, ma semmai evidenziare l’essenzialità, la basilarità quasi arcaica delle forme che accomuna alcuni edifici di Terragni e le torri incastonate nelle mura medievali di Como. Resta da chiarire perché il pittore lariano abbia dedicato le sue opere più recenti a queste costruzioni: a tale scopo formulo a mia volta due ipotesi.
La prima riguarda l’architettura, intesa come disciplina inerente più al tempo che allo spazio. All’origine del percorso creativo di Caverzasio c’è una piccola tavola che raffigura in modo sintetico la torre di San Maffeo, un complesso difensivo di origine medievale che campeggia nel suo paese di nascita, Rodero. In quest’opera della seconda metà degli anni Sessanta, l’edificio è tradotto in una sorta di monolite verde, in una struttura che si situa tra una scultura minimalista e un totem. La mia impressione è che quella prima rappresentazione di San Maffeo (a cui nel corso dei decenni sono seguite altre, diverse per stile e dimensione, una delle quali è presente in mostra) testimoni una sorta di incontro fatale con l’architettura: con un certo tipo di architettura, impregnata di storia ma non del tutto soggetta all’obsolescenza del tempo. Nelle opere esposte in San Pietro in Atrio accade qualcosa di simile: prima di essere raffigurati, gli edifici vengono ricordati, passano attraverso il filtro di una memoria immaginaria, diversa sia da quella storica che da quella dell’artista, si tramutano in reminiscenze architettoniche dalla cronologia imprecisata. Gli strati di materia che li accompagnano sembrano alludere a sedimentazioni geologiche, a sovrapposizioni di decenni o di secoli in misura non quantificabile. E persino i protagonisti della stagione razionalista, ritratti in dipinti dal sapore di foto-ricordo, non sembrano appartenere esattamente agli anni Trenta, ma a un periodo indeterminato, a uno di quei momenti in cui la storia muta i suoi  lineamenti e si trasforma in mito. La seconda ipotesi prende di mira uno dei nodi cruciali della poetica di Caverzasio: il punto di oscillazione tra rigore progettuale ed espressività pittorica, la formula che consente di strutturare le emozioni, ma allo stesso tempo di vivificare ciò che è minuziosamente strutturato. Nel precedente ciclo di opere, l’artista aveva individuato nella bandiera una possibile traduzione di questa formula: lo schema delle tre bande permetteva a suggestioni in ordine sparso di confluire e trovare un assetto coerente; lo schema risultava a sua volta animato dal flusso dei colori e dall’accumulo degli strati di materia cromatica. Credo invece che, nella maggior parte dei dipinti esposti presso San Pietro in Atrio, il compromesso virtuoso stia in un utilizzo calibrato del nero che non solo rimarca la struttura portante degli edifici, ma le conferisce anche vigore, la rende ulteriormente espressiva. In alcune, recentissime opere, la situazione si presenta capovolta: il nero, a cui era affidato il ruolo di comporre la figura, diventa sfondo di immagini che assomigliano in tutto a delle lavagne. Sulla loro superficie un pennello trasformato per l’occasione in gessetto traccia, in modo energico e apparentemente sommario, il profilo degli edifici più celebri di Terragni: per evidenziare il livello primario di queste architetture già improntate dall’estrema essenzialità, ma soprattutto per far risaltare la loro eclatante espressività.

 

Roberto Borghi - 2011