Critica

 

Può darsi che durante la realizzazione delle sue più recenti opere, Adriano Caverzasio si sia ricordato di una celebre affermazione di Louis Kahn secondo cui “ la buona architettura è quella che produce buoni ruderi”. Di certo gli edifici raffigurati in questi dipinti sono esempi di “buona architettura” che, in seguito al quel processo di stravolgimento temporale consentito dalla loro trasformazione in immagini, sono stati sprofondati  in una sorta di “futuro remoto”, in una condizione di ipotetica obsolescenza che li rende affini a una rovina del passato. Nella pittura di Caverzasio sembra non esistere paesaggio urbano che non sia allo stesso tempo archeologia del paesaggio, che non si richiami a una condizione inattuale, a una realtà tendenzialmente atavica e sommersa. Dipingere significa quindi far affiorare delle tracce, rendere evidenti delle sedimentazioni che si trovano in primo luogo nell’immaginario del pittore stesso. C’è insomma, nel fondo del lavoro di Caverzasio, una “poetica del detrito”, un senso lirico dello scarto che presuppone un’idea di memoria calata nella materia, un desiderio di rendere concreto, palpabile il ricordo. E allo stesso tempo l’intenzione di sottrarlo alla vaghezza, di conferirgli un’identità netta, circoscritta. Si spiega così forse il fatto che queste architetture mnemoniche siano quasi millimetrate, siano composte da dettagli di una precisione visionaria. D’altra parte nei canoni della “buona architettura” c’è pur sempre quel rigore formale, quel senso indefettibile della struttura, che consente appunto di produrre “buoni ruderi”. Ma anche, come nel caso di questa mostra, buona pittura.

 

Roberto Borghi - 2010