Critica

La freschezza di un'idea non dipende dal tema che si sta affrontando, ma dalla libertà con cui la si gestisce. L'opera di Adriano Caverzasio è esemplare in questo senso. Gli argomenti principali della sua opera recente possono considerarsi banali: il monitor, da una parte, e la bandiera dall'altra. Il monitor innanzitutto, rivisitato e rivissuto dall'artista secondo un progetto che lo svuota dei contenuti abituali, per fare di esso una finestra sul proprio mondo interiore. Protagoniste non sono le innumerevoli e incalzanti immagini che si possono ricevere via cavo o via satellite, non le pagine composte sulla tastiera o quelle recuperate dalla rete, non quelle trasferite da videocassetta o DVD, quanto piuttosto una visione che l'artista si è andato costruendo, una visione fatta di nulla, un nulla che presenta strane - o volute - assonanze con le nuvole. Si tratta di una presenza impalpabile che sulla tela o sulla iuta prende consistenza e si fa corpo, materia densa e nello stesso tempo leggera, carica di significati e di suggestioni. Un semplice filo che percorre i quattro lati di un rettangolo dagli spigoli stondati individua una sorta di finestra che inquadra parte di questa visione e focalizza l'attenzione su di essa, senza però lasciarsi "chiudere", senza rischiare di costruire una bella immagine tutto concentrata in se e lontana dal resto. Caverzasio non ha bisogno di colori eclatanti, di immagini accattivanti, di invenzioni stravaganti per esprimere se stesso. Tutto si risolve in poco: della materia e gli estremi di colore (il bianco, presenza assoluta di essi, e il nero, grande assenza). Le stesure di materia dal valore di luce e dei neri che aiutano a mimare presenze di paesaggio - a volte distante, a volte appena poco oltre... - costituiscono i fondamenti di un'espressione che va al di là della scorza dell'apparire per portare fuori una interiorità che vive e si nutre delle luci come delle ombre, del privilegiato "canto" del bianco e del digradare complessivo verso un gorgo di cui non sai né puoi interpretare l'ambiguità. Lo schermo dalle valenze virtuali che delimita e nello stesso tempo lascia maturare all'infinito quella tensione catturata con sobrietà ma decisione, può generare rimandi ad altri artisti, ma assume qui una connotazione tutta sua, che sfugge le trappole della pop art come quelle di una denuncia dell'invadenza del mezzo. L'articolarsi e il sovrapporsi di paesaggio minimo e di monitor in una logica artistica che accosta l'intervento informale e la perfezione della geometria gioca un ruolo importante nel sollecitare l'attenzione del fruitore. Su queste basi si innesta e prende forma l'altro tema percorso (il termine mi pare quanto mai adatto alla incursione fatta in un territorio quanto mai pericoloso) dall'artista e qui documentato anche in quello snodo (non percepibile, forse, al momento della sua realizzazione, ma chiaro e lampante a posteriori) dato dalla serie delle bandiere 123 la prima delle quali è giocata sui neri/grigi/bianchi e le griglie-monitor e costituisce il trait-d'union evidente tra le due tematiche. Anche la bandiera che qui comincia a prendere forma - quella italiana, per la riconoscibilità pur lontana che le deriverà dai colori, ma avrebbe potuto essere una bandiera qualunque - consiste di una materia che le dà corpo, di una sostanza che, mentre la priva della sua naturale leggerezza e delle vibrazioni che rispondono al minimo refolo di vento, la rende salda, pronta a confrontarsi con il tempo e con le parole che ora la blandiscono, ora la aggrediscono. Il senso della bandiera come segno, al di là della retorica dei colori, si costituisce e si consolida in questo comporsi di pezzi di stoffa, brandelli che insieme costituiscono una unità, in questo sovrapporsi di bandiere piccole e grandi, in questa presenza, che non è mai distruttiva, ma piuttosto marcante e significante, di numeri, e a volte individua e segna momenti della storia generale o di quella individuale dell'artista, a volte è puro elemento di composizione. Fondamentale è anche quella patina di arcaico, oserei anche dire di antico, che caratterizza queste opere, quasi fossero reperti di una civiltà anteriore che acquisiscono una nuova vitalità. Va inoltre sottolineato che nell'opera di Caverzasio la simbiosi tra i colori-materia e il supporto si è fatta via via più stretta e si è connotata in originalità con il passare del tempo, mano a mano che l'artista si è immedesimato in essa, dopo aver tratto ineludibili conseguenze da esperienze fondanti come quelle di Alberto Burri o di Antoni Tápies. Una breve nota infine per alcune incursioni nel presente della città con l'omaggio al più significativo edificio di architettura moderna, la Casa del Fascio di Terragni, e con uno sguardo a quella singolare e problematica presenza che è la Ticosa: l'artista affronta i due "monumenti" con uno stesso spirito segnando di ciascuno le linee e le consistenze sia formali che di spirito, dentro il "gioco" delle sue "nuvole", quasi graffiti-memoria di un passato che non sa ancora come diventare futuro.

 

Luigi Cavadini - 2005